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Privatizzazioni postali, dal successo tedesco al flop inglese

Dopo aver dato notizia della messa in vendita del 40% di Poste Italiane, andiamo a guardare come sono andate analoghe iniziative nel resto d'Europa.

Soffermandoci in particolare sull’esempio britannico e tedesco.

La privatizzazione delle poste inglesi è costata ai contribuenti quasi un miliardo di euro. E anche in Olanda il bilancio di un’operazione analoga è, per il momento, negativo. Al contrario le esperienze della Germania, e in parte del Belgio, lasciano ben sperare.

Il caso britannico
Dubbi e perplessità sorgono spontanei dopo l’allarme sollevato alla fine di marzo dalla Corte dei Conti britannica, responsabile di controllare la spesa pubblica, che ha fatto luce sulle conseguenze dell’eccessiva fretta con cui il governo si è voluto sbarazzare della Royal Mail nell’ottobre del 2013. Secondo la Corte il ministro del Commercio e dell’industria, Vince Cable, fissò la quotazione delle azioni a un prezzo massimo di 260-330 pence – nonostante i ripetuti avvisi degli esperti della City secondo cui i titoli valevano di più – perché temeva di scoraggiare gli investitori.

Diede così il via a una corsa all’acquisto da parte degli speculatori, che fecero balzare il titolo di oltre il 38% nel primo giorno di contrattazioni, generando 750 milioni di sterline di mancati introiti per i contribuenti. Il prezzo era talmente sottovalutato che la domanda fu 23 volte più alta dell’offerta. Le critiche alla privatizzazione delle poste inglesi non riguardano solo il valore del gruppo. La Bbc ha rivelato alla fine di marzo che 1.600 dipendenti rischiano il licenziamento, secondo quanto previsto da un piano di riorganizzazione che punta a risparmiare 50 milioni di sterline l’anno. Royal Mail ha precisato che i tagli riguarderanno i manager e non i postini o gli impiegati, ma questo non è servito a calmare i sindacati, che hanno annunciato mobilitazioni contro i piani della società.

La privatizzazione in Belgio e Germania
Nel caso di Bruxelles, il governo belga ha venduto nel 2006 alle Poste Danesi e al fondo di private equity Cvc Capital Partners poco meno del 50% del servizio postale per 300 milioni di euro: una cifra che, per alcuni, era troppo bassa. L’esecutivo giustificò la vendita spiegando che l’accordo era necessario per modernizzare la società e riportala a generare profitti. Il risultato, in effetti, è arrivato subito dopo la parziale privatizzazione: il gruppo è tornato in utile e ora ha un margine di profitto del 17 per cento.

Per quanto riguarda la Germania, invece, la privatizzazione del servizio postale è ritenuta da molti un vero successo internazionale. A differenza del caso inglese, infatti, il titolo di Deutsche Post, che nel primo giorno di contrattazione ha guadagnato soltanto l’1%, ha registrato acquisti in graduale crescita e il valore di mercato della società (la capitalizzazione) è salita dai 23,05 miliardi del 2000 agli attuali oltre 32 miliardi. I sostenitori della privatizzazione del gruppo tedesco sottolineano inoltre l’impennata del fatturato, salito a 55 miliardi nel 2013 dai 22,3 miliardi del 1999. L’operazione, secondo un report diffuso nel 2011 dall’organizzazione di ricerca canadese Montreal Economic Institute sui servizi postali in Europa, ha avuto un impatto positivo anche sui prezzi dei francobolli tedeschi, scesi del 17%.

Tra gli altri esempi che vogliamo citare c’è quello, controverso, della privatizzazione delle poste olandesi: risalente al 1989, ha portato alla chiusura del 90% degli uffici postali. Ora in Olanda il sistema posta è gestito da quattro diverse compagnie – PostNLSanddSelekt e Netwerk vsp.

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